E’ giusto far usare tablet e smartphone a mio figlio?

di Omar Bellanova

Questa è una domanda che in uno studio di psicologia viene fatta sempre più frequentemente. A volte magari alla fine di una terapia, mentre abbiamo impugnato il nostro smartphone per fissare l’appuntamento della prossima settimana, il paziente fa un’apertura del tipo “senta volevo chiederle…”.
Tanto per iniziare la prima cosa positiva di questa domanda per un genitore è: farsi questa domanda.
Ma dato che noi psicologi crediamo tanto nelle belle domande e nel loro rispetto, resisterò alla tentazione di rispondere con “come mai ci facciamo questa domanda?”, ritenendo più utile fornire dei punti importanti al fine di permettere di elaborare una risposta personale.

Punto primo: è inutile stare a dibattere se uno smartphone o un tablet sono una risorsa oggettiva per la crescita e lo sviluppo di un bambino o un fattore dannoso. Potenzialmente possono essere entrambe le cose, dipende tutto dai fattori “come”,“quanto”,“quando”, “perché” e “con chi”. Ovvero come lo usa, quanto lo usa, a che età lo si usa, i motivi per cui lo si utilizza e con chi ed in quale contesto sociale interattivo lo usa.

Punto secondo: il fattore età. Se una delle prime cose che mettete tra le mani del vostro bambino per attirare la sua attenzione è uno smartphone, così come pochi anni fa si faceva con un sonaglino, allora lasciatevelo dire: avete qualcosa che non va e che è rintracciabile nel rapporto tra voi e questo tipo di tecnologia (vedremo al punto quattro). La mente di un bambino è fatta per essere attivata alla ricerca costante di stimoli. Questo meccanismo è alla base di uno degli aspetti più basilari per lo sviluppo della persona a 360°: la modalità esplorativa. Per via delle modalità con cui sono programmati e realizzati questi strumenti (luci, suoni e via discorrendo), smartphone e tablet hanno una potenza spesso superiore ad altri stimoli del mondo esterno molto più essenziali. Quindi nel momento in cui state pensando di mettergli in mano uno smartphone con lo scopo di fornirgli degli stimoli al suo sviluppo sappiate che gli state negando un’esperienza del mondo fondamentale con conseguenze disastrose. Qual’è l’età consigliabile per regalare il primo smartphone ad un bambino? 12-13 anni. Se vi state domandando come poterli intrattenere sino ad allora allora vi rispondo con il terzo punto.

Terzo punto: i bisogni ed il diritto all’esplorazione. Siamo programmati in natura per aver bisogno di poche cose essenziali, per tutte le altre cose siamo stati educati, condizionati e abituati a provarne necessità al solo scopo di mantenere viva un’economia a cui importa ben poco della nostra vera felicità. (Se non dovessi postare più nulla entro una settimana sappiate che sono stato rapito dalle multinazionali per questa affermazione, in ogni caso per il disturbo di personalità paranoie ed il complottismo rimando magari ad altri post). Uno di questi bisogni fondamentali è lo stare in relazione. Da una sana relazione è poi possibile imparare a nutrire in modo sano anche altri bisogni primari, grazie soprattutto ad una relazione genitoriale attenta. Questo ci permette di essere meno esposti ad una serie di problematiche e complicazioni future. Se, ad esempio, vostro figlio ha bisogno di riposare o si sente spaesato in un contesto stressante, come quando siete in un ristorante, e voi preferite restare cercando di convincerlo che troverà conforto con un tablet in mano, questa funzione è del tutto sospesa.

Quarto punto: differenziare. Ogni genitore deve esaminare il proprio rapporto personale con questa tecnologia ovvero domandarsi “Per assolvere a quale funzione sto utilizzando lo smartphone?”Fatta questa domanda? bene adesso rifatevela e siate più sinceri! Se lo smartphone è divenuto uno strumento indispensabile che chiamate in causa ogni volta che dovete risolvere un problema (e vi ricordo che è programmato affinché compia questa funzione) allora è assai probabile che lo farete anche in un momento di difficoltà in una vostra funzione genitoriale. Ad esempio se dovete far addormentare, distrarre in un momento di stress, fornire intrattenimento o semplicemente sollievo a vostro figlio e state usando questo strumento, sappiate che state tralasciando l’altro mezzo milione di modalità alternative molto più sane e che, per qualche motivo, non vi sono venute in mente. State offrendo a vostro figlio un surrogato di una funzione umana. In quel momento state permettendo ad un tablet di frapporsi nel rapporto diretto (necessario e fondamentale) tra voi e vostro figlio (una delle prime competenze analogiche fondamentali). Il fatto che, nella sua crescita, il bambino apprenderà in automatico il ricorrere ad un tablet invece di “far girare le sue rotelle” cercando altre soluzioni, sarà solo una inevitabile e triste conseguenza.
Insomma siete sicuri che il bisogno del tablet appartiene realmente a vostro figlio?

Quinto punto: L’importanza dell’analogico. Smartphone e tablet ed ancor prima i computer spesso riproducono in modo digitale funzioni analogiche allo scopo di permettere una maggiore fruibilità e potenzialità di certe operazioni: esempio più classico il calcolo numerico, l’agenda o il blocco note. Fortunatamente non siamo sul dilemma dell’uovo o la gallina, è certo che il cervello ha bisogno di evolversi e svilupparsi prima in un modo (quello analogico) per poter accogliere ed usare al meglio l’altro (quello digitale e anche virtuale). Attenzione! Questo vale tanto per le funzioni logico matematiche che per quelle sociali.

Sesto punto: la dannosità. E’ ormai conclamato che un uso eccessivo di queste tecnologie è dannoso per un adulto. Dai danni termici alle onde elettromagnetiche, dallo stress che ne subisce la vista alla facilità di svilupparne una vera e propria dipendenza e via discorrendo. In che modo un bambino potrebbe essere meno vulnerabile a questo? Tanto per fare un esempio, la capacità di multitasking (compiere più azioni contemporaneamente) e di shift-tasking (il passare da un compito all’altro) che permettono questi mezzi, non esistono in natura; esistono diversi studi che sottolineano i danni riconducibili ad uno sviluppo alterato della funzione attentiva a seguito di un uso ripetuto di queste modalità.

Quindi a voi la risposta. E’ giusto far usare tablet o smartphone a vostro figlio o è più giusto cercare di capire come dedicare più tempo possibile a loro e offrire la possibilità di una sana esplorazione del mondo analogico reale?

Buon pensiero a tutti!

ultima parte dell’intervista sul narcisismo pubblicata su Pazienti.it

Come si cura il narcisismo?

di Omar Bellanova

Ricordiamo per un attimo che gli schemi interpersonali sono sempre guidati da dei bisogni e principalmente quelli del narcisista sono: il bisogno di essere riconosciuti speciali dagli altri e l’antagonismo/rango sociale.

Nel primo caso il narcisista, animato dal bisogno di ammirazione, vive il suo agire nel mondo, con la necessità che ogni sua azione, traguardo creazione, sia sotto i riflettori dell’ammirazione di chi lo circonda. Se questa componente manca il narcisista crolla, si arresta. Certo a chi non piace l’ammirazione degli altri? Ma che cosa manca di “sano” in questa dinamica? Si proprio quell’essere animati dal piacere intrinseco del fare le cose, quello che Dimaggio chiama “avere le mani in pasta”, vivere la propria vita come una forma di “artigianato”. Il narcisista non riesce a sentirlo ed è su tale aspetto che si dovrebbe orientare principalmente una terapia efficace nei suoi confronti.

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Intervista sul narcisismo a Omar Bellanova su Pazienti.it 4a Parte

di Omar Bellanova

Come si comporta il narcisista in amore?

Dopo questa sintesi della descrizione che fa Dimaggio nel suo libro, sarà adesso più facile rispondere a questa domanda.

Il narcisista a causa delle sue peculiarità e del funzionamento dei sui schemi interpersonali, vive con estrema difficoltà le relazioni, sia amicali che di coppia.

Si è facilmente portati a pensare che la continua richiesta di attenzione e ammirazione possano costituire la causa principale del fallimento delle relazioni, ma non è solo questo. È sul piano dell’intimità che il narcisista vive una grande difficoltà: il mostrare il suo lato vulnerabile. Proprio così, ogni essere umano, in quanto “animale sociale” può contare su una rete di rapporti sociali alla quale potersi rivolgere in caso di eventuali difficoltà e il supporto con il partner è tra le più significative di queste relazioni.

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Intervista sul narcisismo a Omar Bellanova su Pazienti.it 3a Parte

di Omar Bellanova

Cosa si intende con “narcisismo perverso”?

Il termine di “narcisista perverso” oggi è di gran moda, come ogni cosa che fa paura si cerca di parlarne tanto, ma a volte non lo si fa sempre nel modo giusto. Meriterebbe una digressione a sé, cercherò di fissare alcuni punti principali per orientare il binario del ragionamento fuori da possibili teorie che lo assimilano più a un personaggio fiabesco, come il lupo di Cappuccetto Rosso, che a un funzionamento della personalità, come quando il titolo di un articolo mette il allarme risuonando del tipo “come difendersi dal narcisista perverso”.

Prima precisazione, il narcisista può non essere una persona sempre gradevole, ma se parliamo di narcisismo perverso o maligno, non stiamo parlando semplicemente di narcisismo. Eric Fromm (1964) fu il primo a fare cenno di una forma estrema di narcisismo denominandolo “malignant narcisissism”. Non molto dopo, Otto Kemberg (1987, 1975) riportava di aver trovato una possibile condizione di sovrapposizione di più aspetti di personalità: narcisistico, borderline e antisociale.

Seconda precisazione, stiamo parlando di un tratto molto estremo, che fortunatamente non sempre si presenta nella sua massima espressione.

Dimaggio nel suo libro parla di “triade oscura”, descrivendo il narcisismo affiancato da altri due aspetti fondamentali: il machiavellismo e la psicopatia. Il machiavellismo è “la tendenza a usare la conoscenza degli altri per manipolarli freddamente e sottrarre loro risorse”.

Con psicopatia si intende, invece, “la tendenza ad aggredire e manipolare gli altri senza rimorso, colpa o vergogna per le proprie azioni”. Letto in questo modo è evidente che la definizione assume un qualcosa di inquietante definendo un quadro dove il soggetto che ospita in se questi tre tratti incarnerà una persona che prova superiorità rispetto al prossimo che, alla ricerca continua di potere ed eccitazione non prova il minimo scrupolo per ottenerli attraverso la manipolazione, l’uso dell’astuzia.

Leggi l’intervista al completo su pazienti.it

(continua)

Seconda parte dell’intervista sul narcisismo pubblicata su pazienti.it

Quali sono i sintomi del narcisismo?

 Scegliendo di seguire la linea dell’introduzione ci è possibile riformulare questa domanda in: “Quali sono le caratteristiche distintive del narcisismo?”

Nel suo libro, Dimaggio afferma che, per comprendere se una persona è affetta da narcisismo, è importante osservarne il comportamento, ma ancor più fondamentale è il comprenderne l’esperienza interna.

Nell’esperienza clinica reale, non sono l’egoismo o l’ego pompato di steroidi o l’ambizione ad avere il sopravvento, come si è erroneamente portati subito pensare. Quelli ci sono, ma la vera essenza del narcisismo risiede in altre componenti.

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Intervista su pazienti.it – Narcisismo e amore: ecco cosa aspettarsi

Una mia intervista su pazienti.it

parte prima

Narcisismo e amore: ecco cosa aspettarsi

intervista a Omar Bellanova

Probabilmente, la prima cosa opportuna da fare quando si parla di narcisismo in ambito clinico e, quindi, di disturbo di personalità narcisistica (DPN), al fine di averne una chiara e puntuale comprensione, è prendere distanza da una divulgazione che ha reso di pubblico dominio vecchie teorie che oggi risultano del tutto sorpassate e obsolete, le quali portano spesso a utilizzare, in modo non sempre esatto, la definizione di narcisismo all’interno dell’esperienza quotidiana.

Nell’immaginario comune, pensando al narcisismo, è quasi automatica la tendenza a ricollegarsi al personaggio mitologico di Narciso, da cui la definizione stessa ha preso il nome, il quale visse talmente incentrato sulla propria bellezza da riuscire ad amare soltanto se stesso, finché di questo egocentrismo esasperato e solitario ne restò vittima, ma non prima di aver fatto soffrire chi avesse avuto in vita sua sventura di incontrarlo e innamorarsi di lui.

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Nuovo sito! Ma resto fedele alla mia “mente analogica”

Benvenuto nel mio nuovo sito!

In questi tempi in cui il mondo tecnologico ci costringe a viaggiare più veloce di quanto possa averne bisogno il pensiero, prende vita il mio nuovo sito con una grafica ed una veste più rinnovata.

In queso periodo ho scoperto una bellissima stazione radio il cui motto è: “la radio com’era nel mondo com’è”. In questo slogan c’è veramente molto, ovvero forse sono solo io a trovare ciò che mi serve per aggiornare le mie convinzioni. Il bisogno di mantenere saldi dei principi, nel mio caso professionali e scientifici, ma la necessità di diffonderli in modo giusto in un mondo in continua evoluzione e cambiamento.

Un intento non sempre facile in un mondo dove il funzionamento dei nuovi media digitali a volte impone regole e fa richieste che vanno contro alcuni principi base della professione di psicoterapeuta che ho l’onore ed il dovere di rappresentare.

Come intendo provarci? Restando fedele al mio “essere analogico” e cercando di utilizzare il “l’estensione digitale” al solo scopo di fornire supporto e facilitazione con l’intento di portare la conoscenza e l’esperienza della mia professione in un contesto di condivisione più allargato, ma mai piegato alle regole dell’audience digitale.

Articoli scientifici, riflessioni sul mondo e soprattutto sull’essere umano nel suo percorso di vita dal punto di vista  della mia professione e soprattutto di professionista della mente che si pone nello stato di semplice osservatore sono i contenuti/contributi che mi prefiggo di fornire… ci riuscirò… non importa sarà un esperienza divertente in cui sperimentarsi.

Dalla poltrona del terapeuta un caro saluto a voi!